13.05.12

13 maggio 2012: VI Pasqua: At 10, 25-27.44-48 1 Gv 4,7-10 Gv 15, 9-17

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No, non avete scelto me… io ho scelto voi!

di John McNeill

Gesù Cristo non avrebbe potuto essere più chiaro, quando ha detto che l’iniziativa nel nostro rapporto di amore con Lui non viene da noi, ma da Gesù stesso: «Non voi avete scelto me, no, io ho scelto voi» (Gv 15,16). Maurice Blondel nella sua “filosofia dell’azione” (che costituisce il suo tentativo di creare una filosofia totalmente compatibile con la fede cristiana) ha sottolineato come certe azioni fossero assolutamente necessarie per raggiungere il nostro destino di unione con Dio, ma assolutamente impossibile solo con i mezzi umani. Tali azioni sono i nostri atti di amore verso altri esseri umani. «Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 15,17).

L’esistenza stessa di questi atti necessari è impossibile se li si concepisce attraverso le sole possibilità umane; ciò ci obbliga a proiettare l’idea di Dio come fonte trascendente di questa azione di amare. «Se qualcuno ama conosce Dio, perché Dio è amore». Tutti gli atti di amore umano contengono quella che Blondel definisce una “teurgia”, una speciale energia vitale divina. L’azione è un percorso, e come tale implica un movimento costante. Cioè, quel movimento quando corrisponde all’azione di Dio dentro di noi, Blondel – nel suo saggio L’Azione (1893) – produce integrazione di azione divina e umana. Ogni volta che noi sperimentiamo l’amore umano autentico sperimentiamo la presenza di Dio. Ogni volta che ci incontriamo con gli altri, attraverso l’atto di amare, dovremmo quindi essere grati a Dio che ci permette di partecipare alla sua vita divina attraverso l’amore.

Blondel aveva una idea straordinariamente bella ed affascinante del giudizio finale. Lui la chiamava l’«ultima opzione». Al momento della morte, secondo Blondel, Dio ci invita ad una unione eterna con l’amore divino. Tutte le scelte attive nel segno dell’amore che facciamo durante la nostra vita per corrispondere all’invito di Dio sono forze vettoriali che nel momento della nostra morte ci conducono verso la scelta di unirci al divino amore incarnato. Al contrario, tutte le scelte fatte da noi durante la nostra vita terrena, compiute nel segno dell’egoismo e del rifiuto di quella proposta di amore fatta da Dio, sono scelte che costituiranno forze vettoriali “centrifughe”, che tenderanno a separarci da Dio, a portarci fuori dall’amore divino per l’eternità. La libertà umana gioca qui, come al solito, l’ultima sua carta; la nostra scelta finale è simultanea all’atto del morire. Si noti inoltre che il nostro giudizio finale non è un’azione intrapresa da Dio. Perché se Dio ci ha creato veramente ed intimamente liberi, allora non può che lasciarci liberi anche in questa scelta finale. Se cioè decidere di essere uniti con lui o separare noi stessi da lui per sempre. Mediante questa opzione finale, Dio permette alla libertà umana di avere l’ultima parola. E di decidere sulla propria natura eterna. Per questo le religioni hanno sempre considerato la morte come un momento decisivo nell’esistenza umana.

Rispondeva così il generale dei gesuiti p. Pedro Arrupe, poco prima di entrare nel coma che lo avrebbe lentamente condotto alla morte, a chi gli chiedeva di condividere la sua concezione della fine: «In realtà la morte, che a volte è così tanto temuta, è per me uno degli eventi più attesi, un evento che darà senso alla mia vita. La morte può essere considerata come il termine della vita e la soglia verso l’eternità. In entrambi questi aspetti trovo consolazione. (…) Si tratta di incontrare il Signore e stabilire una intimità eterna con lui. Quale sarà il paradiso? è impossibile immaginarlo. Eternità, immortalità, beatificante visione, felicità perfetta: tutto è assolutamente nuovo per noi, non ne possiamo sapere nulla. È la morte, poi, un salto nel vuoto? No, certo che no! È per potersi immergere nelle braccia del Signore, è per ascoltare l’invito, immeritato. Ma fatto con immensa sincerità: “Vieni servo buono e fedele, entra nella gioia del Signore”» (Mt 25,21). Cuore di Gesù, ardente di amore per noi, riempici d’amore per Te e per gli altri esseri umani!

07.05.12

7 maggio 2012: At 14,5-18 Gv 14,21-26

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Trinità che inabiti, che vivi dentro me!

Abita in me, o mio Dio,

non permettere che il mio essere risulti totalmente desertificato da ogni presenza di vita,

e che possa accontentarmi delle razzie predoni delle emozioni effimere,

abbandonato a me stesso, condannato a esaurirsi nei miei limiti creaturali.

La mia vita possa essere visitata da Te, abita la mia interiorità più profonda,

allontana dalla mia vita la banalità quotidiana, il non senso, l’appiattimento.

Tu, “dolce ospite”, rinvigorisci ogni parte di me.

Sottraimi dalla solitudine,

innalza la dignità della mia esistenza,

riempimi di stupore,

dà luce al mio grigiore quotidiano,

immergimi in questo mondo divino,

rendimi familiare alla tua esistenza,

non cessare mai di stupirmi e di meravigliarmi,

sposta l’intero interesse della mia avventura terrena

e colora di senso ogni mia azione.

Io, mortale, diverrò, così, tempio dell’immortale tua Presenza.

Il mio corpo corruttibile sarà reso santo ed incorruttibile, eterno

dall’intimità di Te, mio Creatore.

06.05.12

6 maggio 2012: V Pasqua: At 9,26-31 1Gv 3,18-24 Gv 15,1-8

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«Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa».

E’ la potente affermazione della lettera di GIovanni che possiamo assumere come espressione del tema che circola nelle letture di oggi: è il tema della “verità”, nella quale noi siamo radicati e che produce in noi, come la radice della vite, frutti abbondanti se rimaniamo in essa.

Secondo la definizione biblica la verità non è un oggetto della mente umana, appartiene all’ordine dell’essere: è l’amore di Dio che è più grande del nostro.

Gesù allude a questa verità esistenziale quando dice: «Rimanete nel mio amore». Non dice: «amatevi», ma «rimanete nel mio amore», come si sta al sole, come si sta nell’aria, come si sta con i piedi nella terra: star dentro. Che bel messaggio intenso oggi ci viene consegnato.

Stare dentro…

 

 

 

 

03.05.12

3 maggio 2012: Santi Filippo e Giacomo: 1Cor 15,1-8 Gv 14,6-14

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Filippo e Giacomo, apostoli che ci richiamano a qualcosa che, oggi, dovrebbe far parte del nostro vivere: Giacomo mi riporta alla fondamentalità dell’essere fedeli. La tradizione apostolica, ha un senso che, ahimé mi fa pensare ad istituzione, a rigidità, a freddezza, in realtà, con questo termine, si fa riferimento soltanto al mistero della passione e morte di Gesù Cristo e la sua resurrezione e apparizione ai Dodici. Allora, tradizione apostolica, o tradizione pasquale, che pienamente vivo in questo momento esplosivo di Parola, che pervade ogni mio ambito, che lo stravolge, che lo incita.

Filippo, dall’altro lato, mi suggerisce una pista alla mia meditazione: lui che desidera, lo dice più volte, vedere il volto del Padre, mi invita a ricercarLo, oggi non in maniera spasmodica e dolorosa, non lontano dalla pista evangelica, senza dubbio.

L’assiduo riferirsi alla Scrittura, mi fornisce, sicuramente, la scoperta di una liberante personalità di Gesù, del suo mistero profondo, del suo progetto salvifico. E così, attraverso questa ricerca, ritrovo un volto paterno/materno, al quale ogni uomo, più o meno esplicitamente, tende o anela.

30.04.12

30 aprile 2012: At 11,1-18 Gv 10,1-10

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E’ ancora il tema di ieri, tema, sicuramente centrale, nel “programma” di Gesù, ma che si allontana di molto dall’essere di oggi.

Nessuno vuole più essere pecora, Signore,, per di più docile e che non parla. Tanto più se, poi, mi chiedi di fare parte di un gregge. E quale, poi?

Condotto da chi? Ne sarà capace? E’ affidabile? E’ onesto, serio, guida effettiva, o soltanto mercenario, che mi abbandonerà, come ormai sono avvezzo, nel momento della prova, dell’avvento di un nuovo “Lupo rapace”?

Questo modo di presentare la cosa, mi sa di paternalistica pastorale, che tentava di nascondere il senso pieno, desumibile dalle parole ascoltate solo ieri. Non mi vuoi senza testa, senza responsabilità, docile sì, ma non ebete, Signore.

“Perché possano essere un solo gregge ed un solo pastore”, infatti, tu concludi. Espressione elusa da troppo tempo, perché fa male questo!
E’ meglio un’immagine inquinata da memorie e da racconti di abusi da parte di pastori/mercenari che hanno “tosato” le pecore, invece di pascolarle benevolmente e saggiamente, pastori/mercenari, che si sono etichettati anche come guide spirituali e politiche, che hanno saputo molto bene ingannare   le masse con discorsi affascinanti e tragici.

Gesù, Tu ti presenti, come pastore dei “pascoli eterni”, che conosce i sentieri che nessun altro conosce, che mostra assai efficacemente di essere un pastore diverso, che non si limita a dire, ma giunge a “disporre della sua vita” per avallare le sue richieste di diventare la MIA GUIDA VERA e BUONA.

Nessuna pretesa di dominio da parte tua, nessuna richiesta di sudditanza, nessuna condizione di rinuncia alla mia dignità.

Chiedi solo di affidarmi e fidarmi di Te.

Sei talmente distaccato da ogni forma di potere, così dedito alla tua azione di guida mite e sicura, che dai la tua personale vita per ogni “pecora”.

Per me, in modo particolare ed efficace sin da ora, nella misura in cui desidero essere guidato verso questa vita vera.

29.04.12

29 aprile 2012: IV Pasqua: At 4,8-12 1Gv 3,1-2 Gv 10,11-18

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«Noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato». Parole straordinarie, dalla lettere di S. Giovanni ascoltata quest’oggi, che pongono in stretto collegamento l’ignoranza che noi abbiamo di noi stessi e l’ignoranza che abbiamo di Dio, ovvero del mistero dell’uomo che è in noi e di Dio, che, al di là di tutte le immagini e le definizioni che di lui abbiamo fatto, rimane, sempre e comunque, sconosciuto, ignoto.

E così abbiamo i due estremi della misconoscenza: l’uomo e Dio.

Il Vangelo ci dice, quest’oggi, come questi due estremi sono correlati e possono rivelarsi. La via è proprio quel Gesù venuto tra noi, fattosi uomo, sebbene Dio. E’ la rivelazione della conoscenza dell’uomo, che diviene, nello stesso tempo, conoscenza di Dio.

L’esperienza storica del nostro qui-ed-ora non si sottrae a questo nostro tentativo di riscoperta; da essa traiamo le informazioni di un messaggio, che è diretto rapporto con gli interrogativi pressanti che, ora, ci inquietano.

Fino ad oggi, invece, la proposta che ci è stata offerta/imposta, è stata quella di una netta divisione tra questi due misteri. Il Dio della Chiesa è stato sempre un Dio per le nostre battaglie, contro i nostri nemici, da difendere apologeticamente da ogni tentativo titanico di chi, non credente, ha sempre dubitato di questo Dio minore.

Dall’altro lato l’uomo, che si credeva di conoscere, la cui immagine era stata costruita secolo dopo secolo dalle “ancelle della teologia”, dalla scienza e dalla filosofia, appunto, è un uomo che non persuade più, in quanto non scolpisce un’identità netta e chiara, ma è risultata mancante, frammentata, annerita, ignota in molti tratti.

La frontiera dello Spirito, che Atti ci offre, stamani, è la correlazione tra questi due absconditus, su cui è bene soffermarsi per rigenerare quella fede di credenti e la coscienza di uomini di questo momento.

Un ebreo, scampato ai forni creamatori e diventato incredulo, con parole di grande profondità, ha scritto quello che è il vero senso di ciò che sto scrivendo:

«Trovo più facile capire la perdita della fede nel campo di concentramento che non la fede conservata e proclamata. La fede proclamata fu sovrumana, la perdita delle fede date le circostanze, umana. E poi sono solo un essere umano, l’umano mi è più vicino del sovrumano; la fede è sacra ma altrettanto sacre sono, nei campi di concentramento, l’incredulità e la ribellione religiosa. L’incredulità non fu incredulità intellettuale, ma fede calpestata, frantumata, ridotta in polvere: e la fede assassinata un milione di volte è sacra incredulità. Coloro che non c’erano e, nondimeno, sono pronti ad accettare l’Olocausto come volontà di Dio che non bisogna discutere, dissacrano la sacra incredulità di coloro la cui fede è stata assassinata. E coloro che non c’erano e nondimeno si uniscono con leggerezza e presunzione alla schiera di increduli, dissacrano la fede dei credenti» (E. Berkovitz-Faith after the Holocaust, 1973, in E. Balducci, L’uomo planetario, Ed. Cultura della Pace, p. 96)

Oggi, come allora, i modi di assassinare la fede sono tanti.

Penso agli scandali, ai soprusi, agli abusi del nome di Dio, alle prepotenze degli uomini delle istituzioni religiose…

Non è un’incredulità qualsiasi, è una sacra incredulità.

Dice Balducci: «Io son che c’è un sacro ateismo che non è l’ateismo intellettuale, maturato dalla presunzione, è un ateismo che è fede assassinata. E così so che c’è una fede che è leggerezza, presunzione, narcisismo dissimulato, ricerca di pura consolazione. Questa non è una fede sacra, è una fede che bisognerebbe fosse assassinata.»

Quante volte i nostri Sinedri condannano perché uno storpio viene guarito?

E non mi riferisco alle sole istituzioni, ma ad ognuno di noi, che nella ricerca di un compagno crociato, pronto a difendere la “causa della fede”, quella leggerezza di fede di poc’anzi, però, non gli importa proprio dello storpio, di colui/colei che viene guarito, ossia che viene supportato, aiutato, confortato, sollevato, ma interessa la “procedura, l’ordinamento, la legge”, direi la forma, l’istituzionalità disumanizzante e dissacrante.

Quando, poi, Gesù parla del mercenario, a cui non importa delle pecore, allude a queste condizioni umane a noi molto note, diciamo prassi, nella nostra comunità, ormai!

E noi, uomini del “progresso”, uomini della “rinascita”, che “amiamo ìl nostro paese”, che onoriamo “il diritto”, siamo bravi mercenari del MERCATO, dell’interesse.

Tutta la nostra esistenza, se ci pensiamo è organizzata secondo condizioni di privilegio dovute a regole di mercato, di finanza, di utile, di guadagno!

E, come mercenari, a noi, dell’uomo ben poco ci interessa. Pensiamoci un attimo: tutta la nostra cultura ha rimosso l’idea di uomo; pensiamoci: ancora oggi il nero non è uomo per noi “occidentali”, come non lo è il rom, come non lo è il rumeno, come non lo è, insomma il diverso da noi, emblema, effige dell’uomo perfectus!

Loro sono, invece, volto del Padre, come me, sono assi di quella porta stretta, Bel Pastore.

28.04.12

28 aprile 2012: At 9,31-42 Gv 6,60-69

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La Chiesa nasce, la Chiesa si rigenera, la Chiesa riparte nonostante i contrasti e le divergenze intestine!

La comunità vive i problemi di ogni uomo, di ogni giorno, è ben lontana da quel che qualcuno, dentro la stessa, vuole farci credere:

non aleggia nell’aria, non è una sommatoria di “aureole” vaganti, di ginocchia piegate e di penitenze inferte.

La comunità vive il dramma della morte, della malattia, del dolore, della sofferenza, della disoccupazione, della fame, dell’ingiustizia, della separazione, ma è una famiglia di persone che, nonostante questo, lottano, credono, sperano, amano si impegnano.

Così, la vita quotidiana, di caratterizza dal “timore di Dio” e dall’assistenza confortante di uno Spirito Santo che adombra ogni essere vivente sin dal giorno di Pasqua!

Essere consapevoli di essere sotto lo sguardo di questo Dio non è cosa ovvia! Eppure i discepoli, questa mattina mi insegnano proprio questo. Misurano la loro esistenza su di Lui e sulla sua volontà. Si interessano, così, ovviamente, come diretta applicazione di questa “spirituale visione”, non discrasia dal reale, dei poveri e si curano degli infermi.

La Chiesa si costruisce così e interiormente diviene docile all’azione di questo folle Spirito che la espande oltre i confini, oltre gli schemi preformati.

Così, ecco evidenziato un altro grande problema: la costruzione interna della Comunità è strettamente legata con la diffusione esterna!

Cosa che non consideriamo ancora! Ci preoccupiamo dello svuotamento delle nostre chiese e ci impegniamo a “fare cristiani”, ma non ci preoccupiamo del nostro interno!

L’annuncio più discreto ed efficace  della “buona novella” si sprigiona dalla vita della Chiesa, dalla gioia che anima la sua sofferenza, dal suo spirito di servizio senza calcoli meschini e senza riserve.

La Parola, allora, non cade nel vuoto, ma ritrova un terreno molto preparato e solido.

27.04.12

27 aprile 2012: At 9,1-20 Gv 6,52-59

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Dio sceglie, questo è sicuro! Ma i modi con cui Dio sceglie e quando sceglie, nessuno li può conoscere!
E’ inutile che si stilano documenti che determinano uno stile, più che elitario, di culmen et privilegium, come nella nostra amata Chiesa!

Mi accorgo, da spettatore, sebbene presbitero, a volte, come si tenti ed i nostri laici sono stati indottrinati, conformati, ripiegati, ad un’esteriorità che non è espressione del loro vivere nel quotidiano, ma solo un modo militareggiante!

Eppure tu, o Dio, quanti casi inattesi e impensabili ci presenti nella Scrittura, fuori dai contesti canonici!

Non ci servono affatto da lezione.

Uomini prima impegnati in altro che poi sono divenuti tuo “strumento”!

Non viene facile comprendere che la missione è affidata alle tue mani e non a quelle dell’uomo!

Il Dio, quel Dio, che la Scrittura ci presenta come Colui che può far sorgere figli di Abramo anche della pietre, che può trasformare anche il persecutore più esagitato in un arrestabile missionario, sembra proprio che oggi, nel terzio millennio, prima di ogni cosa non debba sedersi ad un tavolino per concordare, ma debba chiedere permesso a che il “decoro, la forma, il contegno, la grazia”, disumana, a parer mio, possano permettere che Lui, l’Altissimo e Assoluto Altro, possa creativamente sconvolgere i piani degli uomini di potere!

Ti chiedo, Signore, ti aiutarmi a pregare e testimoniare: pregare perché questa rigida imposizione finisca come espressione della nostra contestata e non accolta impotenza di essere divini come te; perché possa far scaturire, invece, nuovi apostoli lì dove nessuno immagini. Testimoniare, perché, come il modesto Anania, possiamo essere di aiuto per i nuovi apostoli che Tu scegli e non selezioniamo in base a vili meriti e privilegi umani.

26.04.12

26 aprile 2012: At 8,26-40 Gv 6,44-51

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Ripenso ai tanti “programmi pastorali per…” che nelle chiese, nelle diocesi, i vari gruppi sfornano, ma i cui frutti non esistono neanche all’orizzonte.

Mi chiedo: si è coscienti dell’inutilità di essi?

Leggo e prego la Parola odierna: nessuna azione pianificata da uomini; è in Dio, proprio negli Atti degli Apostoli, che ha il suo piano!

Filippo, quale fedele, quale apostolo, va, senza esitazione, senza certezze, né sicurezze, su una strada deserta, assolata.

Certamente i nostri pastori, cauti ed attendi che siano garantite tutte le cose, meno l’evangelizzazione, avrebbero fatto altro.

Non dico questo con tono polemico, ma assertivamente e consapevolmente confortato dal fatto che il modo sta deteriorando il nostro essenziale!

In questo contesto non “garantito”, Dio predispone l’incontro!

Filippo con decisione è pronto ad ogni cosa. Tu?

Saresti lo stesso?

Lo slancio di Filippo non lascia perdere un’occasione non proselita, ma di interprete e portatore della Scrittura.

Nessuna preparazione assicurata da corsi, studi e ricerche, nessuna autorizzazione previa, ma solo la consapevolezza di essere testimone esistenziale di un evento che gli ha trasformato il suo vivere.

Oggi, ancora una volta, i nostri pastori, spendono malamente il loro tempo sull’interrogarsi cosa non vada in questo mondo, sul preparare progetti e studi, e ricerche. La Parola ci suggerisce, quest’oggi quale dovrebbe essere la qualità del nostro evangelizzare, ossia non del “fare cristiani”, quanto del portare una parola, anzi la Parola di speranza, di conforto, di sostegno in questa nostra attuale realtà di deserto.

Proprio la dove si considera razionalmente inutile portare questa Parola, perché luogo arido, perché terra disperata.

Eppure in uno di questi “topos” si potranno fare incontri decisivi, ci dice questa Parola!

Dipende dal cuore ardente dell’evangelizzatore!

Dipende dalla sua capacità di intuire il senso della domanda, la richiesta appunto, che assume forme strane, forse polemiche, ma sicuramente che vengono in-contro, o soltanto contro, il nostro modus cristallizzato di dividere dicotomicamente la realtà in buoni e cattivi, anzi, credenti e non!

In ogni luogo, anche il più improbabile, è possibile incontrare una domanda e un’inquietudine cui dare una risposta, a volte rifiutata da un sistema, ma non da un cuore di madre e padre.

12.04.12

12 aprile 2012: At 3,11-26 Lc 24,35-48

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La tua venuta, la tua “seconda” venuta, a detto di Pietro, Signore, come Messia sarà il “tempo della consolazione”,

“della restaurazione”.

Tutto sembrerebbe concorrere a questo giorno di solenne benedizione!

Il respiro della Chiesa universale, sin dal suo inizio si pone come fondamento per questa nostra claudicante chiesa.

La Croce ha redento ogni uomo, non ci può ancora essere discriminazione, alienazione, esclusione.

Pietro mi aiuta a dilatare il mio sguardo su di un futuro, che, forse, non mi si presenta ancora così nitido.

La resurrezione è il fatto decisivo! E’ anche consapevolezza che ci sarà questo atto finale, dove tutto questo mysterion,

questo tenere la bocca chiusa, non per omertà, ma per rispetto di un non definibile, sarà completamente svelato ed esteso a quei popoli,

a quella creazione, che, ancora assoggettata, alle logiche altre di potere e non di servizio non vive il già-non-ancora.

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