29.01.12

29 gennaio 2012: IV T.O.B: Dt 18,15-20 1Cor 7,32-35 Mc 1,21-28

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«Questo profeta deve morire».

Parola cruda, parola amara, parola veritiera. Eppure capita spesso che molti ci dicano in nome di Dio cose che Dio non ha detto affatto. Dio, non ho riserve a dirlo, diventa la maschera suggestiva con cui contrabbando i miei punti di vista, o quelli del popolo, o quelli della nostra cultura, per cui questa è la più terribile vergogna.

Se ci penso, da tempo, sento di aver deturpato ed esser stato deturpato, strapazzato e aver strapazzato da chi, me compreso, ha avuto l’arroganza di parlare in nome di Dio.

Penso a tutte le mediazioni culturali suggerite da tempo, per cui si è allentata la forza e la gioiosa originalità della parola evangelica, con pazienza ed astuzia. Ci sono stati, così, “santi” che hanno spinto alle Crociate con il grido Dio lo vuole! E non bisogna andare al lontano XIII, ma basta pensare alla guerra in Iraq, in Afganistan, alle oppressione in Israele, in Libia.

“Bisogna credere in Dio come se non esistesse”, diceva la teologa Simon Weil, il segreto senso evangelico dell’ateismo!

Il Vangelo, la frase prorompente dell’indemoniato, mi suggerisce proprio questo: “Cosa c’entri tu con noi?”

Spirito immondo, forza estranea, che ti tiene sotto di lui, ovvero forma di schiavitù dalla paura del diverso, dall’impossibilità del controllo sine modo, Forza, senso di potere che prende il sopravvento in me, non lasciandomi più ragionare, rendermi conto del mio dire e del mio fare, impedendomi di essere persona, dunque uomo per l’altro mio simile!

E per garantire questo nostro schizofrenico dire, facciamo ricorso ad un garante, assicuratore della nostra veridicità: Dio, appunto.

Ed in forza di questa ossessione devo proprio riconoscere che Gesù è venuto a rovinarmi perché ha manifestato con la sua stessa esistenza, soprattutto nel mistero della sua croce, che tutto questo è menzogna!

Non basta, infatti, parlare in nome di DIo per avere un titolo di credibilità, occorre riscontrare se, chi parla in suo nome, dice le stesse cose che Dio ha detto, cioè la verità che il suo Figlio, che si è reso fratello nostro, ci ha detto.

«Ma questa parola che Gesù ci ha detto, senza la quale non avremo la pace, è una parola secondo la quale il nostro desiderio di assoluto, il nostro desiderio, legittimo nella sua spinta sorgiva, di trovare il senso totale delle cose in qualcuno che abbia nelle sue mani il segreto della vita nostra e della vita di ogni creatura, non può trovare altra via che quella che ci conduce verso il fratello. Per cui Dio si trova solo negandolo, cioè liberandoci da Lui per ritrovarlo dove Egli ha detto che è. … Amare il diverso, riconoscerlo nell’altro che ci è ostile, che ha qualcosa contro di noi, il fratello per riconciliarci con il quale dobbiamo lasciare i doni sull’altare e andar via; è così che incontriamo Dio. L’incontro con Dio avviene sulla linea orizzontale, quando io incontro l’altro il diverso (l’assolutamente e totalmente diverso)» (E. Balducci)

 

24.01.12

24 gennaio 2012: S. Francesco di Sales: 2Sam 6,12-15.17-19 Mc 3,31-35

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Quante volte continuo a tenerti incatenato, Signore, nelle mie categorie.

“Ecco tua madre, ecco i tuoi fratelli”.

Dietro queste MIE semplici parole si nasconde una visione così meschina e ristretta dell’annuncio evangelico.

E’ come se dicessi: Ecco, Signore, io sono un bravo cristiano, impegnato in questa tua chiesa, al punto che mi vedi sempre presente nelle grandi occasioni, sempre operativo, sempre in mezzo, anche nelle situazioni “minori”, non da pontificale, diciamo pure!

Sono sempre ossequiante ai precetti ai “si deve”, ai “non devi”, “non puoi”, “obbedisci”.

Come se vieni a porre un sigillo di qualità alle mie iniziative, ad autorizzarmi a usare l’etichetta “doc” sui miei prodotti.

Il ruolo che ricopro nella società, nella tua chiesa tende ad irrigidirsi, così ed a prevalere su tutto il resto, sul mio essere uomo.

Sono dentro a strutture, certo necessarie alla mia umanità,  ma rischio di dimenticare la bellezza della tua Parola: lo Spirito soffia dove vuole, anche fuori le strutture!

La semplicità di cuore di Davide, che sa riconoscere anche senza gelosie il segno della grazia del Signore scesa sulla casa di Oben-Edom, un forestiero, un non ebreo, e la chiarezza con cui tu, nel Vangelo, definisci chi ti è familiare, mi dovrebbero rendere attento a quell’essenziale, disponibile anche a sovvertire i ruoli: il re, infatti, danza in strada proprio come ogni uomo e donna qualunque.

Bellezza di una famiglia in cui trovo tanti “fratelli, sorelle e madri”.

 

22.01.12

22 gennaio 2012: III T.O.B.: Gio 3,1-5.10 1Cor 7,29-31 Mc 1,14-20

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Un testo, quello di oggi veramente umano, che abbiamo soltanto cercato, e continuiamo oggi, ancora, di esso solo un testo che legittima la nascita dell’istituzione!
Non nasce oggi la Chiesa, comunità gerarchica, ma nasce un gruppo di compagni, di conoscenti, che decidono di condividere un sogno, una passione.

Chi narra, racconta di questa esperienza esilarante, unica, carica di tanta umanità e non di ufficiale formalità istitutiva.

Si sente l’energia, la vibrazione di un incontro, di un’attesa corrisposta. Testo di una quotidianità ed umanità tipica di quegli uomini, i pescatori, appunto.

Nella normalità, Gesù uomo, cerca la convivialità, cerca le amicizie, cerca compagni che avessero un lavoro di ricerca, di attesa, di profonda stanchezza; che avessero desiderio di incontro, di ritorno, di casa. Loro, i pescatori.

Nel vangelo non si ritrova l’oggetto della condivisione, il sogno di Gesù ed il loro sogno, ma si delinea la nascita di un legame nuovo, forte, inaspettato, ricco di sensibilità, di passione.

E’ l’inizio di una timida condivisione di un sogno..

Ed, adesso, lo stanno raccontando, quel loro originario sogno ed inizio.

Ricordo… bellezza, ricchezza che non ha niente a che vedere con i nostri commenti omiletici moralisti, spirituali, istituzionali.

Dio sogna!

Che bello!

E da questo ricordo, questi compagni di avventura ne fanno una teologia, dicendo che in quel giorno impararono a riconoscere la vita, impararono a prendere l’iniziativa, ossia a lasciare le reti…

Testo popolare. proletario, mistico e politico nello stesso tempo, dove la narrazione si mescola all’affetto e la scoperta della dignità del proprio lavoro, della propria condizione sociale, delle proprie rivendicazioni quotidiane che ricercano incessantemente la vita: è un testo che i discepoli raccontano per descrivere e spiegare loro la loro piccola e grande storia di liberazione, perché altri ed altre si riscoprano in essa. (liberamente tratto da Antonietta Potente)

21.01.12

21 gennaio 2012: 2Sam 1,1-4.11-12.17.19.23-27 Mc 3,20-21

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«Una grande pena ho per te,
fratello mio, Giònata!
Tu mi eri molto caro;
la tua amicizia era per me preziosa,
più che amore di donna.» (2Sam 1,26)

Dio non condanna nessuna tipologia di amore come contro natura!

 

15.01.12

15 gennaio 2012: II domenica T.O.B.: 1Sam 3,3-10.19 1Cor 6,13-15.17-20 Gv 1,35-42:

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Può succedere!

Sì, può succedere che la mia fede non sia più ricerca, ma rifugio, Signore!

Che tu non sia più Signore, ma padrone, quando la tu azione non è più grazia, ma supplenza alle mie difficoltà.

Tutta questa non è fede, Signore, non mi fa crescere come uomo, ma è solo tentativo vano, oppio dei popoli, di fuggire alla mia realtà di problemi!

Signore, poni attenzione, come ai due discepoli di oggi, al senso della mia ricerca; chiedimi di non lasciarmi andare alla realtà facile dell’entusiasmo, ma a riflettere su questa mia sequela.

La mia ricerca della mia fede, sia, Signore, non un momento passeggero, euforico, legato soltanto ad un particolare momento di emotività, ma possa essere, invece, un serio momento di consapevolezza della mia scelta di piena umanità!

Scrollami, Signore, dalle parvenze estatiche di inutile superficialità “spirituale” divisa dal mio essere questo uomo.

Prima di “seguirti”, fammi cogliere la possibilità di afferrare la mia insicurezza nel poterti seguire le tante mie certezze.

Quanti “se” e “ma” metto davanti, Signore, ancora una volta.

Aiutami a non chiedere, ma a fidarmi, a muovermi, a esperire…

Andare e vedere, fede che non si siede, che non si adagia alla tradizione statuaria e immobile.

Chiamata: fare esperienza della sequela, andare, vedere e, dopo, solo dopo, RIMANERE con te.

 

 

14.01.12

14 gennaio 2012: 1Sam 9,1-4.10.17-19; 10,1 Mc 2,13-17

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Dio, tu fai della vita dell’uomo una continua sorpresa!

E così, stamani, da un’umile  situazione quotidiana, le asine perdute, tu scegli il re del tuo popolo!

Saul avrebbe voluto chiedere al veggente SAMUELE delle asine, della preoccupazione di suo padre, cose tutte umane e logiche,

ed invece viene unto RE! Diviene RE.

La mia vita ha la dimensione dell’amore gratuito se davvero so scorgere, dall’umile realtà quotidiana la ricchezza regale del mio esistere!

 

11.01.12

11 gennaio 2012: 1Sam 3,1-10.19-20 Mc 1,29-39

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In silenzio….

rimani in silenzio per anni, conosciuto solo da Dio.

Ora Egli ti chiama.

A che cosa, Signore?

Sono piccolo, non sono all’altezza, forse di quel che mi chiedi,

non sono affatto un “capo”, sono solo un ragazzo promesso da mia madre a te.

Ma tu mi chiami per nome: “Samuele, Samuele!”

Non anonima, ma personale, dunque il tuo chiedermi qualcosa,

il tuo volermi presso te.

Chiamata originale per ciascuno.

Chiamata alla vita, nella vita, per una vera e intima conoscenza d’amore.

Non riesco, tuttavia, a riconoscerti subito.

Oggettivamente emergono tante difficoltà nel riconoscerti subito,

tante difficoltà, nel seguirti.

Ma la tua paziente pedagogia sa come inserirsi nel cuore di ogni uomo, senza obblighi,

senza dogmi, pronunciamenti cattedratici e dichiarazioni di infallibilità.

Tu TI ADATTI, CHIAMI CON LA GRADUALITÀ, DAI TEMPO all’uomo e gli RINNOVI la tua chiamata ritmicamente come in una danza dove lo stesso passo ritorna più volte.

E così mi chiami una prima, una seconda, una terza volta… finché l’intermediario, il buon e vecchio Eli, interviene nella mia vita suggerendomi come poterti riconoscere.

L’uomo stesso, che tu chiami, è un tuo strumento, una tua mediazione, per uscire dal dubbio, dall’incertezza. Indispensabile aiuto di qualcuno che apre, umanamente, la porta alla disponibilità assoluta di chi tu hai chiamato.

Nessuna parola altra aiuta se non l’affetto tenero di chi cammina con te.

 

 

 

 

10.01.12

10 gennaio 2012: 1Sam 1,9-20 Mc 1,21-28

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«… di notte (certi monaci dei primi tempi della chiesa) stavano in piedi, nella posizione dell’attesa. Si ergevano lì all’aperto, dritti come alberi, con le mani alzate verso il cielo, rivolti verso il luogo dell’orizzonte da cui doveva venire il sole del mattino. Tutta la notte il loro corpo era abitato dal desiderio attendeva il levar del giorno. Era la loro preghiera. Non avevano parole. Che bisogno c’era di parole? La loro parola era il loro stesso corpo in travaglio ed in attesa. Questa fatica del desiderio era la loro preghiera silenziosa. Erano là, semplicemente. E quando al mattino i primi raggi del sole raggiungevano la palma delle loro mani, essi potevano fermarsi e riposare. Il sole era giunto». (M.De Certeau, Mai senza l’altro)

L’esperienza dell’attesa è un intrico di corporeità e spiritualità, affettività e concetto, ma diviene, per me che credo, tentativo sempre costante di avvicinare quel Dio dei miei genitori alla mia affettività, alla mia corporeità e vita quotidiana, piuttosto che lasciarlo meramente concetto razionale e celebrale.

Attesa che richiama il mio essere tutto intero. Ciò che arriverà sarà quel raggio di sole che, illuminando le palme delle mie mani, farà mutare a poco a poco il paesaggio, e mi annunzierà che il suo arrivo trasformerà in altro ciò che la notte mi permettere di conoscere.

 

09.01.12

9 gennaio 2012: 1Sam 1,1-8 Mc 1,14-20

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Dio, tu ti fai presente nell’uomo, come uomo vero, come uomo peccatore,

ma anche generoso, sebbene in tutte le sue contraddizioni.

Ma è così l’uomo, lo hai voluto così.

Egli è il solo e vero tuo sacramento!
Non è assenza il tuo silenzio.

Non è dimenticanza il piangere di Anna, né il dolore di quanti,

come lei, sono presi da ogni genere di sterilità, anche solo momentanea.

Quando tu, mio Israele, pensi di essere giunto alla fine,

alla sconfitta, quando sembra svanire ogni possibile ed impossibile tentativo di salvezza,

nel nascondimento, o Dio, nel silenzio,

tu prepari la resurrezione.

Ed ancora, mi insegni, che questo evento, non sarà mai esternato con clamore,

con pontificale celebrazione, ma con un semplice e solo bambino portato al tempio da una madre.

Egli diverrà il messaggero di una non più sconfitta, inizio per chi hai scelto come tua famiglia, come tua dimora,

un popolo errante, migrante, clandestino, senza onore.

01.01.12

1 gennaio 2012: S. Maria Madre di Dio: Nm 6, 22-27 Gal 4,4-7 Lc 2,16-21

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«Non sei più schiavo ma figlio e se sei figlio sei anche erede per volontà di Dio».

«Se vuoi la pace rispetta la coscienza di ogni uomo».

L’augurio più brillante è quello che il libro dei Numeri, stamani, vuole donarci: “Il Signore faccia brillare il suo volto su di te”.

Dove questo splendore del volto di Dio su di noi?

C’è un solo luogo dove questa luce lontana, invisibile risplende: la coscienza dell’uomo.

Certo, … su di esso, abbiamo modo di essere, al momento diffidenti, e non poco, perché questa misura non è affatto assoluta, ovvero sciolta, non è affatto libera, ma anch’essa è soggetta a modificazioni, alle contaminazioni del tempo, per cui, in nome della stessa coscienza quanti delitti sono stati commessi, quante dignità sono state violate!

Ed anche le verità che riteniamo le più assolute, se non passano per il filtro della coscienza e non vengono accolte con consenso spontaneo, non valgono nulla. Una verità accettata per costrizione è un terribile errore, un’iniquità. Senza il sigillo della coscienza che accoglie, non esiste verità. Principio, questo, che rimpiango con grande titubanza, specie nella chiesa, in questa Chiesa dove pure il dogma, purtroppo, è stato usato come cappio dalle autorità per costringere alla sonnolenza ogni coscienza. Però se dobbiamo liberarci, come dice Paolo, da tutte le schiavitù, è da questa schiavitù che dobbiamo liberarci per rifarci a questa voce interna su cui batte la luce di Dio, al punto tale che anche chi non cerca nessun volto di Dio se segue la sua coscienza, senza saperlo ha già obbedito a Lui.

E Maria “meditava tutte queste” nella sua coscienza. Ecco la straordinarietà extra dogmatica di questa donna: non sono i suoi privilegi, di cui spesso, noi sacerdoti parliamo con “enfatica retorica” disumanizzata, ma nella sua umanissima umanità che, dinnanzi all’angelo e dinnanzi agli eventi, Lei, umilmente, conservava e meditava ogni cosa, per cercarne la verità, il suo senso.

Maria, donna peregrinante della verità, coscienza ricercatrice del senso di essere in questo qui-ed-ora, allora.

Se vogliamo liberare anche la sua divina maternità da schemi, da nozioni antropologicamente lontane, possiamo soltanto rifarci a ciò che, più avanti, lo stesso Gesù indicò come fondamento: “chiunque segue la volontà di Dio è padre, madre, fratello e sorella”.

Con Agostino, allora, Maria concepisce il Verbo nel momento in cui ha accettato la parola. Ciascuno accetti questa parola, ovvero concepisca nel suo microcosmo la realtà di un Dio che illumina, che sorride il volto.

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